Studio dell’Università Bicocca rivela: i bambini imparano a parlare di quantità allo stesso modo, a prescindere dalla lingua madre

I bambini imparano a parlare di quantità allo stesso modo, a prescindere dalla loro lingua madre. Lo dimostra lo studio internazionale “Cross-linguistic patterns in the acquisition of quantifiers”, cui ha partecipato l’Università di Milano-Bicocca insieme con numerosi atenei europei, asiatici e americani, pubblicato sulla rivista scientifica PNAS, Proceedings of the national academy of sciences (vol. 113, no. 33, pp. 9244–9249, doi: 10.1073/pnas.1601341113). 

L’indagine, coordinata per l’Università Bicocca da Maria Teresa Guasti e Mirta Vernice del dipartimento di Psicologia, ha coinvolto 768 bambini di cinque anni e 536 adulti, parlanti nativi di 31 lingue, dimostrando che i cosiddetti quantificatori, cioè le parole che indicano delle quantità, come tutti e alcuni, pur non avendo un ordine naturale preciso come avviene per i numeri, sono appresi dai bambini nello stesso ordine a prescindere dalle rispettive lingue madri: prima “tutti”, poi “nessuno” e “alcuni” e, infine, “la maggior parte” . A tale conclusione si è pervenuti dopo circa un anno e mezzo di lavori sperimentali, durante i quali i partecipanti dovevano dire se una frase come “tutte le scatole contengono una mela” descriveva in modo corretto o meno un’immagine raffigurante delle scatole contenenti o meno una mela. Il numero di risposte corrette (associazione frase-figura corretta), indipendentemente dalla lingua parlata, era maggiore per le frasi contenenti “tutti”; seguivano le frasi con “alcuni” e “nessuno” ed infine “la maggior parte”.

Gli scienziati ritengono plausibile l’estensibilità dei risultati raccolti anche ad altri aspetti del linguaggio, comprovando l’esistenza di leggi universali che ne regolano il processo di acquisizione. Questo consentirebbe di predire universalmente l’ordine di acquisizione di aspetti specifici delle lingue.

«In una società multietnica come quella attuale risulta estremamente difficile individuare deficit linguistici in bambini stranieri, ma da questa scoperta si può partire per mettere a punto strumenti diagnostici validi per ogni lingua e dunque applicabili a tutti i contesti», ha dichiarato la professoressa Guasti, ordinario di Glottologia e linguistica. Questo, in futuro, avrà ripercussioni importanti sulla diagnosi dei disturbi linguistici, poiché ci consentirà di comprendere meglio le difficoltà di apprendimento di bambini in corso di integrazione in società diverse da quelle di origine e aiuterà a progettare percorsi di apprendimento trasversali per società multietniche.

La ricerca, co-finanziata dall’Unione europea nel quadro dei programmi di cooperazione nella ricerca scientifica e tecnologica (EU framework programme Horizon 2020, COST action A33 “Cross-linguistically robust stages of children’s linguistic performance” 2006-2010), è stata diretta da Napoleon Katsos dell’Università di Cambridge, che ha coordinato un gruppo di circa cinquanta studiosi in tutto il mondo.

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