Cultura / La libertà di credo religioso nello stato islamico

Proseguiamo la collaborazione con Abdelmesih Nashaat, avvocato, interprete e studioso di Sesto San Giovanni, con il quale affronteremo alcuni dei principali argomenti di politica internazionale, legati più o meno direttamente alla nostra vita di tutti i giorni. Parleremo di libertà, di democrazia, della condizione femminile… con uno sguardo sul mondo musulmano da parte di un esperto.

Per quanto riguarda la libertà di credo religioso nello stato islamico, alla base della trattativa vi è l’uguaglianza, “ma se alcuni fedeli alzano le armi contro i musulmani bisogna combattere”. Nella biografia del profeta Maometto, vi sono state vicende pacifiche con ebrei e cristiani e coi politeisti di Medina: essi godevano degli stessi diritti di cittadinanza, a patto di una difesa comune e salvo il tradimento (al-dhimma). Questa legge da il diritto di cittadinanza alle minoranze religiose nelle società islamiche e questo garantisce la libertà per opporsi all’ingiustizia al suo interno! Secondo l’alim Ali (terzo califfo) la dhimma è un termine che va usato nel pensiero politico islamico: la nazione (l’umma) è basata sulla cittadinanza nei diritti e nei doveri, ma è chiaramente una forzatura parlare di cittadinanza nell’epoca delle origini dell’Islam.

Le libertà pubbliche sono gli argomenti principali delle leggi costituzionali, esse sono una somma di diritti essenziali sia individuali che collettivi per il cittadino di una nazione. La realtà dei fatti è confermata dalla logica, ne danno testimonianza la storia antica e moderna: la vita del culto e le manifestazioni della religione non dipendono da quel tipo speciale di governo che i giuristi chiamano istituzione califfale, è pacifico che neppure il bene temporale dei musulmani dipenda in nulla, da ciò. Non abbiamo bisogno di quell’istituzione califfale, né per quel che concerne gli interessi spirituali, né per quelli temporali. Volendo possiamo dire di più: che l’istituzione califfale è stata ed è una calamità per l’Islam e per i musulmani e una fonte di mali e corruzione (…).

Il pensiero islamico circa la libertà è che Dio è il creatore del cosmo, conosce le sue creature ed è il legislatore supremo. Dio, in particolare, ha donato all’uomo la razionalità, l’uguaglianza e la pari dignità davanti alla legge, imprendendo l’oppressione anche arrivando al martirio. Questo fattore ha condotto degli intellettuali islamici a considerare l’Islam come un movimento rivoluzionario di liberazione globale contro il materialismo e la prepotenza dell’uomo sul suo fratello. La libertà non è né un permesso né una facoltà e non significa ciò che si vuole. Si può definire libero colui che crede in Dio e negli obiettivi della Shari’a islamica.

Nel libro Islam, state and politics separate but interactive, Abdullahi Ahmed An-Na`im, ritiene, che l’interpretazione umana della Shari’a e della Sunna cambi da uno all’altro e non è mai omogenea perché cambia il metodo della persona che le interpreta. Ma secondo lo stesso autore c’è di più: “La premessa della mia argomentazione è che Shari’a, per sua natura e finalità, può essere liberamente osservata solo dai fedeli, e dei suoi principi perdono la loro autorità e valore religioso quando è imposta dallo Stato. E ‘da questa prospettiva fondamentalmente religiosa che allo Stato non deve essere permesso di rivendicare l’autorità dell’Islam”, e con tutte le regole che organizzino la qualifica di un interprete (mufasser ) del Qura`no, troviamo tante interpretazione contradditorie dello stesso versetto Quranico o Al ahadith.

Abdelmesih Nashaat

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