Referendum / 3 “Io che nell’era dell’online non ho potuto votare a Sesto, nella mia città, per la burocrazia comunale…”

Da un’attenta lettrice riceviamo e pubblichiamo:

Signorina lei qui non può votare, la pratica di cambio residenza non è ancora chiusa, quindi per poter esercitare il suo diritto al voto deve andare a Trieste”.“Sta scherzando?” “No, per avere la sua tessera elettorale ed essere inserita nella lista di appartenenza doveva presentare domanda entro il 17 ottobre”.

Io volevo votare e non ho potuto farlo. 

Eppure io sono in possesso della cittadinanza Italiana. Faccio il mio dovere, verso le tasse ma l’esercizio del mio diritto di voto è vincolato ai tempi biblici di un cambio di residenza. In un’epoca in cui i soldi viaggiano su Facebook, Amazon consegna viveri in un’ora, gli affari si concludono su Skype, gli esami clinici vengono scaricati via web e addirittura un BOT ti risponde in maniera empatica, il mio diritto di voto ha bisogno di un periodo fisico di degenza di più di un mese. Altrimenti devo riguardare Bianco Rosso e Verdone e prendere appunti.
Più di un mese fa ho incontrato la gentilezza di un dipendente comunale e meno di una settimana fa la precisione di un vigile: “Mi raccomando tieni sempre con te questo foglio, così se ti fermano per un controllo hai un documento sostitutivo ed eviti problemi”. Eppure nessuno mi ha informata del problema più grande che avrei incontrato: il non diritto al voto, qui a Sesto san Giovanni in provincia di Milano, nella città dove sono nata e cresciuta.

Però l’informazione c’è stata, certo. A livello nazionale, regionale e comunale sono stati scomodati influencers di ogni calibro: da una che si è spogliata quando la sua squadra ha vinto lo scudetto a un altro che a Sanremo ha tubato, senza contare poi le provocazioni del se vince uno o l’altro. 
Per propagandare il “sì” e il “no” sono stati investiti ingenti quantità di denaro. Per tirare su un sistema di voto decente no, nessuno ha trovato parole e budget.
Anziché assicurarsi i voti di chi l’Italia la vive ci si è preoccupati di quelli fuori, giustamente o meno. Gli italiani all’estero almeno votano, certo, con il dubbio che la loro preferenza possa andare persa (e anche qui c’è dell’assurdo), però esercitano un loro diritto su un Paese che non vivono, che hanno anche magari scelto di lasciare perché non all’altezza dei loro sogni, delle loro aspettative, della loro bravura. I cervelli fuggono ma il loro voto resta. E noi che non fuggiamo? Noi che restiamo? Che sopravviviamo con uno stipendio da fame e ci facciamo pure chiamare bamboccioni? Il nostro voto non conta, che sia un sì o un no, noi che restiamo ma che cambiamo residenza dopo il 17 ottobre dobbiamo prendere auto, treno, aereo, nave, farci un viaggio costoso come quelli di Verdone negli anni Ottanta per votare. Ovviamente con un preavviso di qualche ora e senza rimborso spese, perché stiamo “solo” adempiendo a un nostro dovere ed esercitando un diritto. 
 

“La legge non ammette ignoranza”, dicono. Ecco io sono una ignorante non ammessa, perché pensavo che nel 2016 un cambio di residenza e di lista elettorale fosse questione di pochi click. Sono una ignorante non ammessa ma sono cittadina italiana e che paga per esserlo a prescindere da dove risiedo. Il possesso giustifica il pagamento: hai la televisione, okay paghi il canone RAI (in bolletta addirittura ora), hai un’auto: versa il bollo. Hai una seconda casa: paghi l’IMU. Produci dei rifiuti: versa la TARI o la TASI. Ah, ovviamente si può pagare tutto online eh. Ma cambiare una residenza e l’iscrizione alle liste elettorali no, la tecnologia non funziona, bisogna attendere in quarantena. 

Al di là della burocrazia, dei tempi tecnici, delle liste e del sì o no, dell’ignoranza, spero che nessuno si senta mai più come mi sono sentita io a quel “No, lei qui non vota”. Sbattuta fuori da una società e da una città che contribuisco a rendere civile. Mi sono sentita invisibile e insignificante: appartenente a qualcosa o a qualcuno, all’occorrenza.
La prossima volta che si baserà una comunicazione sul “votate quel che volete ma andate a votare” farò una lunga riunione con la mia coscienza, i miei desideri, le mie volontà, il mio datore di lavoro, chiedendo e chiedendomi dove vorrò essere, in tempo utile, perché andare a votare è un diritto e un dovere.
Si parla tanto dei giovani che non vanno a votare, che non hanno interesse ma quando questi giovani vogliono votare ed esercitare un loro diritto, non possono farlo.

Il diritto e il dovere al voto, valori che oltretutto non mancano mai di essere sottolineati, quasi con fare terroristico: “Persone sono morte per questo, siate riconoscenti, andate a votare”. Giusto. “Poi tu che sei donna a maggior ragione devi andare a votare, non mi interessa cosa ma vai”.

Sacrosanto ma è come se dovessimo non solo scontare un debito dal passato ma sentirci colpevoli di non essere state presenti e concepite per tempo. Un peccato originale da cui nemmeno il Battesimo ti lava”.

  • Elisa
  • Sesto San Giovanni
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