Studio dell’Università Bicocca rivela: ricordiamo meglio i volti delle persone ‘cattive’

I volti delle persone cattive si ricordano meglio. Lo hanno scoperto i ricercatori del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca coordinati dalla professoressa Alice Mado Proverbio. La ricerca “How Negative Social Bias Affects Memory for Faces: An Electrical Neuroimaging Study” (DOI: 10.1371/journal.pone.0162671) è stata pubblicata sulla rivista scientifica statunitense PLOS ONE.

Un volto non ci piace o ci fa paura, anche se a volte non sappiamo dire perché. Fra le aree del cervello maggiormente coinvolte nella formazione di un pregiudizio negativo c’è la corteccia prefrontale mediale sinistra, tanto più attiva quanto più il personaggio fittizio mostrato in una fotografia veniva descritto come immorale o socialmente pericoloso.

Le informazioni che ci formiamo sugli altri influenzano il nostro comportamento: è cruciale ricordarsi delle persone che possono danneggiarci. Queste informazioni sono, in senso letterale, dei pregiudizi che si attivano automaticamente e lo scopo di queste ricerche è anche quello di indagare le basi neurali del pregiudizio. In questo caso, i pregiudizi sono stati creati artificialmente.

Lo studio è stato condotto su un campione formato da 17 studenti universitari, undici femmine e sei maschi, al Bicocca ERP Lab, registrando potenziali evento-correlati (Event-related Potential) con una cuffia tecnologica dotata di 128 elettrodi.

Nella prima sessione (di codifica), i volontari hanno osservato 200 facce associate ad una breve storia di fantasia che descriveva le caratteristiche positive o negative di ogni persona. Nella seconda (di riconoscimento), i candidati sono stati sottoposti ad un test della memoria del tipo “vecchio/nuovo”, in cui dovevano distinguere 100 volti nuovi da quelli già visualizzati in precedenza. Duecento volti umani – con un preciso bilanciamento di età, sesso e comportamenti – sono stati associati a pregiudizi di qualunque tipo, ad esempio, vari tipi di reati. Nella prima fase i pregiudizi sono stati creati attraverso brevi frasi associate ad ogni singola fotografia, positive o negative. Nella seconda, da 30 a 45 minuti dopo, sono state fatte rivedere le facce già viste insieme ad altre 100 mai viste prima, per un totale di 300, in questo caso senza alcuna frase di accompagnamento.

Ai partecipanti è stato chiesto di premere un tasto se la persona era già stata vista e un altro tasto se era totalmente sconosciuta. L’obiettivo: scoprire dove si forma il pregiudizio e se c’è differenza fra pregiudizi positivi e negativi. E le differenze ci sono, infatti, sia nella prima fase di codifica, sia nella seconda fase di riconoscimento. Nella prima fase, dopo 500 millisecondi avviene già la formazione di un pregiudizio. I pregiudizi negativi sono in genere associati alla crudeltà e alla totale mancanza di empatia, ad azioni illegali particolarmente gravi ed in particolare ai reati contro la persona. Di fronte alle facce connotate negativamente, nell’arco di mezzo secondo si attivavano strutture emotive ed affettive, con una più intensa attività della corteccia prefrontale ed una codifica più profonda.

L’effetto, naturalmente, influisce anche sulla fase successiva, la seconda, quella del riconoscimento. C’è già una differenza fra le facce “vecchie” e quelle “nuove”, e riguarda la memoria e la codifica. Ma i volti connotati da un pregiudizio negativo risultavano più familiari: l’ampiezza dei potenziali evocati e i loro generatori intra-corticali erano chiaramente diversi. Il ricordo di “volti negativi” attiva inoltre regioni emotive, ovvero le regioni limbiche, e para-ippocampali, che conservano il ricordo dello stato d’animo provato durante il primo incontro con quei volti.

«Questo studio – spiega Alice Mado Proverbio, professoressa di Neuroscienze all’Università di Milano-Bicocca – si inserisce nella linea di ricerca della teoria della mente sulle basi neurali del cervello sociale e del cervello morale. Si parla dell’attribuzione della mente altrui a un volto: siamo portati a farci un’idea immediata dello stato mentale di una persona che abbiamo davanti, la guardiamo e cerchiamo di immaginare la sua mente».

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